Buonasera a tutte, mi sento un po' in forte minoranza, siamo in pochissimi maschi, solo quattro in tutto e capisco la condizione di essere in minoranza che spesso avete subito. Ora per parlarvi della donna immigrata in Italia comincerò col parlarvi degli emigrati italiani in Europa; nel senso che la condizione descritta da Dinah Bennett è più o meno la stessa, identica, che hanno vissuto e vivono i nostri immigrati in Germania p er esempio. Noi abbiamo fatto lo scorso anno una ricerca sulle piccole e medie imprese create agli italiani in Germania e in Canada; in Canada gli italiani sono ben riusciti, hanno molte imprese che di "piccole" hanno soltanto il nome, hanno alcuni deputa ti, alcuni ministri, sono insoddisfatti perché non riescono ad esportare il loro know-how verso l'Italia. In Germania le imprese sono piccole, non hanno avuto nessun aiuto, hanno difficoltà, probabilmente non sarebbe molto diversa quella condizione che h a descritto Dinah, 700 reti locali che offrono servizio alle imprese e pochissimi utilizzati. Mancanza di know-how, mancanza di know-who, mancanza di know-where, é questa la condizione degli italiani, prevalentemente maschi. Ora proviamo a immaginare che succede quando abbiamo una condizione sovrapposta di donne migranti; probabilmente in Italia è questo il vero problema. Qual è la condizione femminile dell'immigrazione, di questa risorsa, come diceva giustamente l'amica del CNA che noi sottovalutiamo, no i sprechiamo. Cominciamo da alcuni dati di massima; è una anteprima per voi, in Italia esistono dati che pubblicheremo il 29 febbraio, quando pubblicheremo le anticipazioni del dossier statistico della Caritas, quasi 700.000 donne, il 46%, vedete ovviamente questa cifr a è molto diversa area per area, continente per continente; le donne sono il 60% tra gli europei e soltanto il 24% tra gli immigrati dell'Africa settentrionale; sono il 30% dell'Africa e il 70% dell'America meridionale; è un po' questo il panorama delle d onne e ovviamente le donne sono anche, qui abbiamo, se volete dei dati riferiti ai singoli paesi; abbiamo dei paesi prevalentemente dell'ex Unione Sovietica, dell'Est europeo in cui le donne sono il 94%, l'88%, l'87%; abbiamo paesi come l'Algeria, come il Senegal in cui le donne sono il 7, il 10%, chiaramente quindi la composizione media è fortemente differenziata; però in media quasi 1 immigrato su 2 è donna ed è probabilmente un dato su cui noi abbiamo troppo poco lavorato in questi anni; abbiamo pensat o poco a questa condizione, a questa specificità, a questa risorsa. Abbiamo qui, in qualche modo, anche una differenziazione per classi di età e questo si riferisce a 1 anno più vecchio perché sono le residenti da più di 5 anni e ci fa vedere come in realtà le classi di età fra le donne immigrate sono fortemente differenziate; esistono gruppi nazionali in cui esistono donne molto giovani, in forte numero, esistono gruppi nazionali con una età media più alta. Naturalmente io non posso illustrarvi tutti questi dati, vi annoierei tremendamente, però credo posso lasciare agli organizzatori del Convegno queste schede, posso anche lasciarvi la possibilità di richiederle alla Caritas, per cui sia possibile utilizzarle proficuamente. Abbiamo ecco qui un dato sui motivi del perché le donne sono in Italia; vedete per esempio rispet to al lavoro subordinato le donne che hanno un permesso di lavoro, quindi dipendenti sono soltanto il 30%, rispetto ai motivi di famiglia le donne sono praticamente il 78%; la donna immigrata in Italia è prevalentemente, ma non esclusivamente, una donna c he si è ricongiunta in qualche modo al congiunto. Ma se voi vedere, per esempio, la possibilità di lavoro autonomo, abbiamo qualcosa come 11.000 donne, il 20% e in Italia chi fa un lavoro autonomo è veramente un numero limitato, limitatissimo, anche per c olpa delle leggi; le vecchie leggi, la legge del '89 -'90 Martelli di fatto impediva il lavoro autonomo; la nuova legge lo favorisce, ma probabilmente non è ancora entrata in funzione; speriamo appunto che iniziative come questa permettano il consolidamen to di questa imprenditoria femminile che è garantita sulla carta, ma non nella realtà. Comunque c'è in qualche modo una presenza, e questa è una cosa importante, è molto maggiore di quella che era la presenza femminile lavoratrice, imprenditoriale dell'immigrazione italiana. L'immigrazione italiana era molto più arretrata da questo punto di vista, l'immigrazione prevalentemente maschile in cui la donna era semplicemente il familiare, nella nostra immigrazione questo ruolo delle donne è ancora presente, ma è fortemente cresciuto, esistono gruppi nazionali in cui le donne sono realmente il pu nto di partenza; per esempio le Filippine, per esempio Capo Verde, per esempio molti gruppi sudamericani in cui sono le donne in qualche modo elemento trainante e l'uomo elemento che si ricongiunge. Qui abbiamo dei dati che in qualche modo ci fanno capire la realtà italiana, le autorizzazioni dall'estero, ci fanno capire come prevalentemente per esempio le donne, tenete conto che in realtà per molti anni, l'unico modo per entrare legalmente in Italia è stato questo, una autorizzazione dall'estero, il che significa un contratto fatto direttamente in un paese estero e le donne, vedete, hanno un ruolo in qualche modo importante in alcune regioni, dove sono addirittura più della metà. Molte volte questo è un contratto tipico per il lavoro domestico, non c'è da sopravvalutare questo tipo di contratti. Però in qualche modo ci indica quanto sia presente questo ruolo del lavoro femminile; ecco qui è soltanto il dato delle collaboratrici familiari e vedete ch e in alcune Regioni le collaboratrici familiari donne arrivano all'80%, in alcune province come Oristano al 100%, come Trieste al 97%, cioè è questo un po' il ruolo della donna, è un ruolo in qualche modo non secondario ma ancora sacrificato. Ma le donne non sono soltanto lavoratrici, abbiamo dei dati per esempio sulle acquisizioni di cittadinanza; esiste in Italia una dinamica di matrimoni misti, esiste una dinamica di naturalizzazione; le donne bisogna dire che sono forse tra quelle che più approfittano di queste leggi, tutto sommato ancora vecchie, ancora inadeguate in Italia, per garantire la cittadinanza. Noi abbiamo, siamo tra i pochi paesi ancora ad avere lo ius-sanguinis, cioè se un bambino nasce in Italia non è cittadino italiano, se nasce in Argentina dopo quattro generazioni di permanenza argentina è ancora italiano; ed è assurdo, siamo soltanto noi e la Germania probabilmente a conservare questo diritto. Mentre stiamo faticosamente passando a uno ius-soli, cioè un diritto per cui c hi nasce in Italia, chi cresce in Italia sia italiano, perché di fatto è questo il suo mondo. L'unica forma in cui si può diventare oggi italiani è attraverso il matrimonio o attraverso la naturalizzazione; e qui abbiamo un po' le cifre dei matrimoni e delle naturalizzazioni: sono poco più di 10.000 diciamo così, 12.000 persone che in qualche modo annualmente riescono a superare le soglie della legge stretta. Però le donne sono anche mogli di italiani, abbiamo per esempio dei dati sui matrimoni misti e sono madri di bambini in qualche modo, di bambini in cui sostanzialmente non c'è una forte diffe renza se non in termini giuridici tra i bambini cittadini italiani, perché nati per esempio da un genitore italiano, e i bambini stranieri formalmente, perché nati da una coppia interamente di stranieri. Se voi ci pensate entrambi avranno bene o male gli stessi problemi, entrambi avranno una lingua diversa in cui comunicare a casa, una lingua diversa in cui comunicare a scuola; entrambi avranno problemi di identificazione tra due culture diverse; ed è que sto poi sostanzialmente uno dei motivi per cui l'imprenditoria femminile si è sviluppata per esempio sugli asili. A Roma abbiamo esempi di asili interculturali e multiculturali gestiti da donne che credo siano in qualche modo sicuramente arretrati rispett o alla media della Toscana, per numero, non per qualità, forse sono soltanto due, tre esperienze; voi ne avete molte di più, ma sono sicuramente avanzati dal punto di vista della dinamica interna, sono un fenomeno che probabilmente coinvolge pochi bambin i, poche centinaia rispetto alle centinaia di migliaia di bambini presenti a Roma. Ma sono esperienze in qualche modo aurorali che si stanno sviluppando; abbiamo le donne che per esempio sono coinvolte come scrittrici e giornaliste. Abbiamo fatto a Roma tra l'altro una guida, La città invisibile che è una guida dell'attività imprenditoriale delle donne, o meglio, degli immigrati, i negozi, i ristoranti, le scuole di danza, le scuole di lingua, i centri religiosi, le bancarelle del me rcato; molti di questi sono donne e sono donne immigrate, sono donne immigrate soggette a questa doppia condizione di esclusione e di rischio; sono donne che in qualche modo non facilmente riescono a ottenere un riconoscimento di titoli di studio, c'è una ricerca per esempio fatta dal CEF, qui in questo numero di Omega si tracciano 24 profili di donne imprenditrici e 19 profili di uomini imprenditori tutti immigrati. Il titolo di studio delle donne imprenditrici è assai più elevato di quello medio dei mas chi, è un po'questa la condizione ma le difficoltà sono maggiori per le donne che per gli uomini. Ma iniziative come questa che in qualche modo collocano questa Regione all'avanguardia, sono appunto iniziative episodiche, occasionali, non sono iniziative diffuse; probabilmente allora quello che manca è questo, questa consapevolezza che il ruolo della donna in Italia così come si sta collocando all'interno dei fenomeni immigratori è un ruolo che non è affatto secondario, cioè è un ruolo che in qualche modo va sviluppato dall'interno prima ancora che dall'esterno. Noi abbiamo oggi forse per la prima volta il passaggio direi epocale di una concezione dell'immigrazione, che da fatto temporaneo diviene fatto in qualche modo definitivo; di quel milione e mezzo di immigrati in Italia forse non tutti resteranno, ma è cer to che probabilmente un milione resteranno; è certo che probabilmente è un fenomeno su cui dovremo fare i conti nei prossimi decenni. All'interno di quel milione la presenza femminile va valorizzata certamente per questo, va valorizzata proprio in quanto presenza autonoma, distinta, non direi specifica ma in qualche modo interagente con la presenza maschile imprenditoriale e va valorizz ata in una forma, in una misura che fino ad ora penso nessuno abbia compreso in Italia, non a caso quindi probabilmente l'unico momento in cui questo tipo di consapevolezza matura, è costituito da occasioni come questa, in cui il 97 circa, forse anche di più, il 98% delle partecipanti sono donne, che discutono di donne, che discutono di come in qualche modo far sviluppare questo ruolo sociale delle donne, e in cui io alla fine rischio di sentirmi un po' come uno strumento tecnico utilizzato da voi per que sto mainstreaming in cui appunto speriamo di riuscire a portarci un po' tutti quanti, grazie anche soprattutto a quelle che sono le esigenze che io, in quanto cittadino condivido, in quanto cittadino di una città multiculturale che non può far conto sulla separatezza, ma che in qualche modo deve far conto sulla possibilità di integrare queste differenze. E la prima differenza forse appunto è questa: la differenza di genere all'interno di percorso che in qualche modo è misto, anche per cultura, non soltanto per generi. Vi ringrazio.